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The Kitchen Company

The Kitchen Company


THE KITCHEN COMPANY

di Massimo Chiesa

Sono ormai 20 anni che produco spettacoli teatrali, ho iniziato nel 1989 con “Hurlyburly” di David Rabe con Ricky Tognazzi, Lino Capolicchio e Simona Izzo, per la regia di Marco Mattolini.

Da allora ho fatto nascere circa 60 spettacoli.

Mi sono divertito molto; fare l’impresario è stato sicuramente un gran bel gioco.

Salvo pochissime eccezioni, ho privilegiato gli autori contemporanei in quanto ho sempre pensato che fosse più “facile” mettere in scena i loro testi. In Italia chiunque si sente autorizzato a mettere in scena Shakespeare, io ho sempre creduto che bisogna avere una preparazione e un talento fuori dal comune per affrontare certi autori, non si possono trattare Goldoni, Cechov, Moliere come se fossero, nella migliore delle ipotesi, Neil Simon.

Mi sono dedicato quindi al teatro contemporaneo ed ho usato degli interpreti di grande “chiamata” per supplire al poco appeal che la novità porta con sé (solo in Italia, peraltro).

Devo dire che se ad oggi dovessi fare un consuntivo, potrei tranquillamente affermare che sono soddisfatto di quello che sono riuscito a realizzare. La cosa folle è che mi sono permesso dei lussi che non mi sarei potuto permettere; ogni volta che mi innamoravo di un progetto cercavo di realizzarlo a qualunque costo, ed è stato proprio per colpa di questi innamoramenti che ho trascorso i miei 20 anni da impresario sempre in mezzo a difficoltà economiche di ogni genere. Pur di riuscire a mettere in scena uno spettacolo, troppo spesso ho ceduto alle richieste e ai capricci dei miei cari scritturati. Ho sempre detto sì, sapendo di sbagliare, ma per me la priorità era solo e unicamente quella di vedere in scena lo spettacolo che avevo pensato e di farlo vedere ad un numero di spettatori il più elevato possibile.

Alla fine di questa stagione, gli spettatori che avranno visto i miei spettacoli saranno circa 3.000.000. Non pochi. Si sono divertiti, si sono commossi, si sono scandalizzati, hanno conosciuto autori nuovi e hanno evitato per qualche sera di guardare una delle peggiori televisioni del mondo.

Alcuni spettacoli sono venuti particolarmente bene, altri meno, ma credo che sia normale.

Ho però un grande rammarico, riguarda quegli spettacoli che hanno avuto un ottimo esito di pubblico e di critica ma che purtroppo hanno avuto una vita breve a causa degli impegni cinematografici e televisivi dei protagonisti; penso ad “Hurlyburly”, a “A piedi nudi nel parco” con Sergio Castellitto, a “Manola” con Nancy Brilli e Margaret Mazzantini, ad “Art” con Ricky Tognazzi, Giobbe Covatta e Paolo Graziosi, a “The blue room” con Nancy Brilli, a “Zorro” ancora con Sergio Castellitto, a “Un’ora e mezza di ritardo” con Stefania Sandrelli e Luciano Virgilio e, buon ultimo, “Il dubbio” con Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi.

Sono stati spettacoli che avrebbero potuto avere una vita molto più lunga, sarebbero stati visti da più spettatori e, se così fosse stato, forse avrei avuto meno problemi economici.

Comunque sia, questo lavoro mi ha regalato molte gioie, ho avuto la fortuna di incontrare e di lavorare con artisti di grande talento: Ricky Tognazzi, Lino Capolicchio, Simona Izzo, Carlo Delle Piane, Anna Bonaiuto, Ombretta Colli, Massimo Venturiello, Simona Marchini, Claudio Bisio, Bebo Storti, Gastone Moschin, Marzia Ubaldi, Sergio Castellitto, Margaret Mazzantini, Lauretta Masiero, Luigi Pistilli, Luca Barbareschi, Marcello Bartoli, Andrea Brambilla, Nino Formicola, Nancy Brilli, Giobbe Covatta, Paolo Graziosi, Enrico Montesano, Alessandro Gassman, Johnny Dorelli, Paolo Villaggio, Claudia Gerini, Gianmarco Tognazzi, Pierfrancesco Favino, Stefania Sandrelli, Luciano Virgilio, Claudia Cardinale, Marina Massironi, Antonio Catania, Peter Stein (solo per una lettura del Faust), Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi.

E poi i registi: Marco Mattolini, Marco Sciaccaluga, Franco Però, Gastone Moschin, Luca Barbareschi, Egisto Marcucci, Sergio Castellitto, Ricky Tognazzi, Giorgio Gallione, Peppino Patroni Griffi e Dario Fo.

Per contro, ho dovuto subire anche parecchie sconfitte. La più bruciante tre anni fa: stavo per produrre “Blackbird” di David Harrower per la regia di Peter Stein con Claudia Gerini e Massimo Dapporto. Tutto bene o quasi, dal momento che partivo con un preventivo che mi “garantiva” una perdita certa di 350.000 euro, ma per me poter lavorare al fianco di un uomo come Stein significava aver raggiunto il massimo livello possibile, ogni minuto passato con lui mi arricchiva. Abbiamo iniziato le prove ma dopo solo quattro giorni Claudia Gerini ci ha abbandonato. Mi è crollato il mondo addosso. Lo spettacolo annullato, il rapporto con Stein finito.

Non nascondo che nella mia carriera ho dovuto subire molte fughe di attori, inutile elencarle tutte. Ebbene, oggi ho deciso di cambiare strada, voglio provare a costruire in questo nostro strano e anomalo Teatro qualcosa di solido e di duraturo.

Ho fondato una Compagnia teatrale che si chiamerà THE KITCHEN COMPANY.

Ho incontrato circa 150 giovani attori e attrici tutti diplomati nelle principali Scuole Italiane, ne ho selezionati una trentina, con loro ho dato vita a questa nuova Compagnia e, lo scorso ottobre, abbiamo messo in scena “The Kitchen” di Arnold Wesker. Lo spettacolo ha debuttato a Genova al Politeama Genovese, abbiamo fatto solo due repliche, per tastare lo spettacolo, e al contempo abbiamo fatto un regalo agli abbonati del teatro (ma siamo anche riusciti a vendere 600 biglietti: un piccolo miracolo). Il pubblico ha gradito.

“The Kitchen” di Arnold Wesker è stato il primo passo di un cammino spero lungo e duraturo.

In realtà nel luglio scorso, THE KITCHEN COMPANY aveva già avuto un prologo debuttando ad Asti Teatro con “Mea Culpa” di Eleonora d’Urso, un testo molto duro ma anche ironico, una critica intelligente ad un certo modo di interpretare la fede cattolica e all’ingerenza della Chiesa. 

Si può quindi dire che THE KITCHEN COMPANY, ad oggi, ha già in repertorio due spettacoli.

Il nucleo di questa compagnia è formato da 15 attori e 15 attrici (quasi tutti diplomati all’Accademia Silvio d’Amico e con un’età media di 24 anni) ma inevitabilmente, andando avanti con le produzioni, dovranno per forza di cose essere inseriti attori e attrici più adulti e di grande esperienza; già in “The Kitchen” il cast era completato da Bruno Armando, Fulvio Pepe, Orlando Cinque e Marco Zanutto.

Mi impegnerò affinché gli attori di THE KITCHEN COMPANY possano interpretare almeno due/tre personaggi all’anno e vengano diretti da registi molto diversi tra loro, di modo che questi li aiutino a crescere. Credo che sia importante per un giovane attore fare esperienze sempre nuove, evitando così di fossilizzarsi in una Compagnia capocomicale o cooperativistica o stabile.

In Italia negli ultimi 30 anni sono nate delle importanti realtà teatrali, penso al Teatro dell’Ellfo, al Gruppo della Rocca o al Teatro Due di Parma, solo per citarne alcune, ma tutte accomunate da un limite: gli attori erano più o meno sempre gli stessi, e questi potevano contare solo su due o al massimo tre registi.

Ogni tanto quando penso alla possibile vita futura di THE KITCHEN COMPANY mi vengono in mente proprio questi gruppi ormai storici del nostro Teatro, ma l’obiettivo che io vorrei raggiungere è appunto diverso.

Ho diviso il lavoro da affrontare in tre fasi.

 La prima fase prenderà il via con la stagione 2009/2010. È una fase che definirei “casalinga”: TKC si presenterà sul mercato teatrale con 4 titoli, due regie mie e due di Eleonora d’Urso.

 La seconda fase dovrebbe coincidere con la stagione 2010/2011. Sarà quella dei registi italiani. Mi piacerebbe che Sergio Castellitto, Sergio Rubini, Ricky Tognazzi, Luca Barbareschi e Carlo Verdone firmassero una regia per TKC; ma al contempo vorrei aprire anche uno spiraglio verso l’estero e non nascondo che mi piacerebbe rimettere in scena “La donna serpente” di Carlo Gozzi con la regia di Egisto Marcucci, le scene di Emanuele Luzzati e andare un po’ in giro per il mondo (è stato uno spettacolo che ho molto amato e che ho prodotto nel 1994 identico a quello che nel 1981 produsse lo Stabile di Genova).

La terza fase vorrei che fosse un’apertura decisa verso l’estero. Vorrei andare a proporre ad alcuni registi stranieri di fare un’esperienza nel nostro Paese.

La scelta a questo punto diventa infinita ed è quindi prematuro fare dei nomi, ma non nascondo il sogno di potermi riavvicinare a Peter Stein, oppure a Steven Berkoff (con il quale tre anni fa stavo per mettere in scena un suo testo), o con Alfredo Arias (con il quale sempre tre anni fa avevo iniziato un progetto però mai andato in porto). Mi piacerebbe lavorare con Janusz Kica (un giovane regista polacco che ha fatto una meravigliosa “Alica” per il Teatro Stabile Sloveno), oppure provare a proporre una regia ad Edward Hall, a Deborah Warner, a Luc Bondy, ma mi fermo perché l’elenco rischia di diventare chilometrico.

Nel frattempo sto anche cercando di trovare una “casa” per TKC, non perché sia fondamentale, ma perché credo che sia giusto partire da un teatro, da una città. Iniziare a creare con gli abitanti del luogo un rapporto strettissimo, fargli amare il teatro che è così facile da odiare. 

Questo è un compito certamente difficile da assolvere ma che diventerebbe impossibile se si dovesse partire da una grande città. Credo invece che ci si possa riuscire  partendo dalla provincia.

Tutto ciò non si potrà mai realizzare senza l’aiuto concreto dei direttori dei teatri, dei circuiti teatrali, dei festival e, in molti casi, anche degli assessori alla cultura, ed è ovvio che sarà un cammino arduo e complesso, eppure ho la sensazione che provare a far nascere una Compagnia di questo tipo proprio adesso, in un periodo in cui l’Italia è attanagliata da una crisi profonda non solo economica ma anche e, soprattutto, culturale, ebbene, credo che provarci sia giusto e per me indispensabile.

C’è bisogno di cambiare, di rinnovarsi, di creare un teatro che non si auto celebri; una volta scomparsi i nostri pochi e vecchi capocomici cosa sarà del teatro privato italiano? Le Compagnie di giro di una volta non ci sono più e non sono state sostituite da nuove.

Voglio provarci, non voglio fare teatro di innovazione o sperimentazione. Non mi interessa e non ne sarei capace, c’è già chi lo fa e alle volte anche molto bene.

Confido molto nella voglia di reagire, di dare uno scossone ad un teatro che sembra in letargo ma con il serissimo pericolo di non svegliarsi più.

E’ ovvio che la nascita di TKC non basterà a risollevare le sorti del nostro Teatro, ma la speranza è che possa nascere uno spirito di emulazione e che negli anni possano nascere altre Compagnie di questo tipo, anche perché l’Accademia Silvio d’Amico, la Paolo Grassi, la Scuola del Piccolo, la Scuola del Teatro di Genova, quella dello Stabile di Torino e tutte le altre ogni anno sfornano attori che rischiano di diventare subito dei disoccupati o dei precari della peggior specie.

Devo dire che ho riscontrato negli attori che ho incontrato per formare The Kitchen Company un livello qualitativo molto alto e questo fatto va premiato in un periodo in cui chi frequenta “Amici” di Maria De Filippi trova lavoro immediatamente. Facendo questo mestiere sento un bisogno assoluto di far capire la gigantesca differenza di preparazione tra un attore che ha frequentato una scuola seria e uno che ha sgambettato in televisione; più che un bisogno dovrebbe essere un dovere di chiunque operi nel mondo teatrale!

E veniamo al programma per la stagione 2009/2010:

THE KITCHEN di Arnold Wesker, con 32 attori della Compagnia, regia di Massimo Chiesa

MEA CULPA di Eleonora d’Urso, con 5 attrici della Compagnia, regia di Eleonora d’Urso

NEMICO DI CLASSE di Nigel Williams, con 7 attori della Compagnia, regia di Massimo Chiesa

UN PICCOLO GIOCO SENZA CONSEGUENZE di Gerald Sibleyras e Jean Dell (Vincitore di 5 Premi Moliere),  con 6 attori della Compagnia, regia di Eleonora d’Urso

Per ora i 4 spettacoli previsti per la prossima stagione sono questi, ma è probabile un quinto spettacolo al quale sto lavorando e potrebbe già essere tra quelli della seconda fase.



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